Riccardo Chailly, la musica classica che si fa tecnologia al Wired Next Fest

(foto: FIlarmonica della Scala/Silvia Lelli)

“Serve una tecnologia più complessa per amplificare un’orchestra sinfonica di quella necessaria per un concerto pop”. Bastano queste parole a spiegare perché tra gli ospiti del prossimo Wired Next Fest ci sia anche il maestro Riccardo Chailly. Direttore d’orchestra, ha debuttato appena 21nne a Chicago, a 25 è salito per la prima volta sul podio del Piermarini. Nella sua carriera ha diretto alcune tra le più importanti orchestra filarmoniche del mondo. Quest’anno festeggia i 40 anni di contratto con la casa discografica Decca, del gruppo Universal. Nel novembre del 2015 è stato nominato direttore principale della Filarmonica del Teatro alla Scala, palcoscenico del quale dal gennaio 2017 è anche direttore musicale. Il Maestro ha appena concluso le repliche del Don Pasquale di Gaetano Donizetti proprio alla Scala e sta per iniziare un tour con il Requiem di Giuseppe Verdi (tra Pavia, Amburgo e Parigi). Chailly sarà sul palco dei Giardini Montanelli domenica 27 maggio per parlare di Contaminazioni classiche.

Quest’anno il tema del Wired Next Fest è la contaminazione. Cosa rappresenta per lei?

“La contaminazione può essere riassunta nel senso dell’avvicinamento di diverse tendenze, così come avviene in tutti i campi della cultura. Vale per le arti visive, la letteratura e certamente anche per la musica. Possiamo definirla come la sovrapposizione di diverse tendenze”.

Quindi è un tema centrale anche in ambito musicale?

“Proprio di questo parlerò al Wired Next Fest: da Bach fino a Luciano Berio, da Shostakovich a Mahler, tutti i grandi compositori che hanno segnato la storia della musica hanno avuto un rapporto con la contaminazione.

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Ne ho citati quattro, ma la lista potrebbe essere infinita. Il fatto è che già nel Seicento la musica popolare, di danza, di intrattenimento nei salotti ha avuto un ruolo dominante sulla fantasia creativa dei compositori: erano già atti di contaminazione nel senso costruttivo del termine. Certo, oggi abbiamo un mondo talmente ricco di informazioni, di contatti, di possibilità di ascolto attraverso la rete. E tutto questo genera di continui stimoli a conoscere di più: ecco il risultato della contaminazione”.

Si tratta, in altre parole, di un arricchimento?

“È un elemento che assolutamente arricchisce. Io lo vedo come non con atteggiamento negativo, ma come un fatto positivo di esperienza”.

Il Wired Next Fest è un evento dedicato all’innovazione, elemento che molti pensano essere lontano dalla musica classica. Ma è davvero così?

“Quando un compositore arriva a una creazione nuova, che nasce dall’inchiostro sul pentagramma, automaticamente genera un elemento di innovazione perché aggiunge qualcosa di nuovo al pensiero musicale. E questo valeva per i compositori del Seicento come per quelli contemporanei. Poi sarà il tempo a decidere se il brano nuovo sarà qualcosa di utile per la storia della musica o solo un’esperienza di passaggio”.

Ma questo vale anche per ogni innovazione tecnologica…

“Certo, con il vantaggio per la tecnologica che oggi è talmente evoluta che quando compie un passo nuovo è difficile che si tratti di un’operazione di scarto”.

A proposito di tecnologia, l’innovazione riguarda anche la musica classica. Penso, per esempio, a Musicom. Di che si tratta?

“È un servizio di streaming musicale che permette di ascoltare brani di musica classica eseguiti dalle più importanti orchestre. Un mezzo di cui abbiamo bisogno per raggiungere il più ampio pubblico possibile”.

E che dire dell’audiotecnica, che vi permetterà di amplificare l’orchestra che il prossimo 10 giugno, in piazza Duomo, si esibirà nella sesta edizione del ‘Concerto per Milano’, ormai tradizionale appuntamento gratuito con la musica sinfonica?

“Il contatto tra la tecnologia e la musica dal vivo è imprescindibile. Questa iniziativa in particolare ha una dipendenza assoluta dalla tecnologia. Pensiamo ad un concerto pop: gli strumenti elettrici nascono appunto attraverso una riproduzione elettrica del suono, l’amplificazione non è complessa. L’unica eccezione è rappresentata dalla batteria, i cui elementi devono essere amplificati singolarmente. In un’orchestra sinfonica questo si moltiplica per 120 musicisti, suddivisi in diversi gruppi: archi, strumentini, ottoni, percussioni e tastiere. C’è bisogno che la tecnologia non solo dia il senso della naturalezza del suono, ma sia in grado di trovare un’amalgama che rappresenti la totalità del suono. Si capisce, insomma, il ruolo dell’innovazione tecnologia anche per la musica classica”.


Fonte: WIRED.it

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